Disarmare le parole: la dignità che passa dal linguaggio


Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli». È un invito a lasciare che la sua parola abiti il nostro modo di vivere e di parlare.
Non è un dettaglio secondario. Perché le parole possono custodire la dignità oppure ferirla. Possono riconoscere una persona oppure ridurla a un’etichetta. Il Vangelo stesso mostra come le parole possano diventare dure, offensive, fino a preparare la violenza.
Per questo la giornata della donna, che si celebra proprio oggi, non è solo una ricorrenza, ma una provocazione. Ci ricorda quante volte, nella storia e ancora oggi, la dignità delle donne è stata ferita anche dal linguaggio: parole che non ascoltano, che banalizzano, che giudicano, che non riconoscono pienamente il valore, l’intelligenza, la responsabilità. E ci ricorda, allo stesso tempo, quante parole di cura, di fede, di speranza sono state custodite e trasmesse proprio da donne, spesso nel silenzio e nella fedeltà quotidiana.
Gesù ha avuto uno stile diverso da quello del suo tempo: non ha evitato le donne, non le ha trattate come marginali, ma ha parlato con loro, le ha prese sul serio, ha affidato loro parole decisive. La sua parola è sempre stata una parola che riconosce e restituisce dignità.
Per questo, nel Messaggio di questa Quaresima, Papa Leone XIV invita a un gesto molto concreto:
«Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato… perché tante parole di odio lascino il posto a parole di speranza e di pace».
Anche così si onora davvero la giornata della donna: imparando un linguaggio più rispettoso, più vero, più capace di riconoscere il valore dell’altro. Perché la dignità passa, ogni giorno, anche dalle parole che scegliamo.

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