Prima di educare, imparare a guardarsi

Prendi una matita. Guardala, osservala. Come la descriveresti a chi il nostro mondo non lo conosce e non ne ha mai vista una? Che cosa coglie il tuo sguardo: della matita, del mondo, dell’altro?

Siamo partiti da qui, quest’anno, nel percorso di formazione di educatori ed educatrici.

«Non pensavo avremmo parlato di matite», mi è stato detto al primo incontro. E infatti non abbiamo parlato di cancelleria, ma di altro: di loro, di chi sono.

Abbiamo provato a dare valore alla persona che educa, al suo sguardo, alla sua complessità. Una complessità che ogni giorno incontra quella, altrettanto ricca e sfidante, di preadolescenti e adolescenti.

Ci ha accompagnato una consapevolezza semplice e profonda: non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo.

Per questo siamo tornati all’inizio, alla domanda fondamentale: chi sono io? Per stare con l’altro, prima è necessario saper stare con sé stessi.

Ci siamo chiesti: che cosa coglie il mio sguardo della complessità — mia e dell’altro? Che cosa mi mette in difficoltà? Qual è il mio stile educativo? Quali ragazzi e ragazze mi mettono alla prova, e quali invece mi risultano più semplici da incontrare? Come sto con loro? E la mia fede: come la vivo, quanto la conosco, come la trasmetto?

Durante gli incontri, educatori ed educatrici hanno pensato, riflettuto, condiviso. Si sono confrontati, anche nel disaccordo, portando ciascuno il proprio punto di vista e riconoscendo negli altri sguardi diversi, ma ugualmente preziosi.

Il percorso si è concluso con la costruzione della “carta d’identità” di ciascuno: immagini e parole per raccontarsi. Ognuno ha portato sé stesso, e sé stesso in relazione con gli altri.

Dal mio punto di vista, ciò che è emerso con più forza è stato il desiderio di formarsi e di mettersi in gioco. Il coraggio di aprirsi, anche nelle proprie fragilità.

La ricchezza di questo cammino è stata proprio qui: nel confronto, nella fiducia reciproca, nella possibilità data — e accolta — di crescere insieme.

Se ci pensiamo, tutto questo prende forma ogni giorno negli incontri con i ragazzi e le ragazze, nei gruppi, nelle relazioni costruite passo dopo passo. È un lavoro spesso silenzioso, ma fondamentale, che sostiene la crescita dei più giovani nelle nostre comunità. Per me è stato prezioso poterlo osservare più da vicino, insieme a loro.

In fondo, la matita dell’inizio non era solo una matita, ma un’occasione per allenare lo sguardo: sul mondo, sui ragazzi e le ragazze, su noi stessi e sugli altri. 

E io sono grata di aver potuto accompagnare educatori ed educatrici in questo allenamento.

A cura di Marta Paleari

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