Attraversare il mistero

Ci sono momenti della vita che non si limitano a essere vissuti, ma rimangono dentro di noi come un’eco che risuona nel tempo. Il Triduo Pasquale di quest’anno è stato, per me, uno di questi.

Giorni preziosi, intessuti di silenzio e contemplazione, in cui pensieri, parole e gesti si sono orientati verso il Mistero celebrato, con il desiderio profondo di lasciarsi plasmare. Giorni di liturgia partecipata, di preghiera personale e comunitaria e di riti curati, che rendono trasparente la celebrazione e fanno emergere la ricchezza autentica della tradizione cristiana.

Nella trama della Parola e alla luce dei segni liturgici, ho compiuto la mia traversata della Settimana Santa: cuore pulsante della fede e della spiritualità cristiana. Molte domande hanno dimorato in me, alla ricerca di un senso da dare a questi tempi oscuri e difficili, affinché la dimensione spirituale e l’esistenza ordinaria si intreccino in un disegno armonico. Ho dato voce alle mie inquietudini per trovare nell’Uomo morto in croce anche per me una consolazione e una speranza. Mi sono lasciata sorprendere dalla ricchezza del Triduo pasquale, in cui il tempo è scandito dalle ore della Liturgia, a partire dall’Ufficio di Lettura celebrato all’alba, accompagnato dalla preghiera e dal canto dei salmi.

La Messa in Coena Domini, centrata sul mistero dell’Eucaristia, al suo termine mi ha fatto percepire il silenzio della liturgia sospesae l’attesa del cuore che si apre al mistero della Passione di Gesù. Il Venerdì Santo ho vissuto la celebrazione della deposizione del Signore lasciandomi guidare dalle ultime sette parole che escono dalle sue labbra. Un momento intenso in cui Gesù rivela ciò che abita il suo cuore: sentimenti di smarrimento, di abbandono, di perdono, di fiducia nel Padre. La celebrazione mi ha condotto per mano attraverso il dolore, la solitudine e la morte, facendomi scorgere una profonda somiglianza con la mia vita, nei momenti in cui tutto sembra perduto.

Mi ha poi accompagnato nel silenzio del Sabato Santo, segnato dall’assenza di celebrazioni e da un’attesa vigile: la certezza che qualcosa debba accadere, che non possa finire così, che il sepolcro non sia l’ultima
parola. La sera del Sabato Santo ho vissuto la “Grande Notte” del passaggio dalle tenebre alla luce, dalla creazione alla liberazione, dalla morte alla risurrezione. Nella “Madre di tutte le Veglie”, come l’ha definita Sant’Agostino, è racchiuso tutto il senso della vita cristiana.

Ho pensato che non avrei più potuto restare nel Venerdì santo con le mie paure, la mia cecità, ma da quel momento avrei avuto la forza per iniziare a sperare perché “è veramente Risorto”, anche per me. Così ho scoperto che, più ci si lascia coinvolgere, più il Triduo pasquale diventa esperienza viva, capace di parlare all’animo e di trasformare lo sguardo con cui attraversiamo la realtà.

A cura di Manuela Zappa

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