Alle 5.30 ci si ritrova nel piazzale per la partenza. Gli occhi dei ragazzi e degli educatori sono assonnati ma contemporaneamente brillano di felicità perché c’è il desiderio di voler vivere 3 giorni insieme intensi. Il viaggio in pullman è trascorso sereno tra chi ha riposato e chi ha ascoltato musica.
Ci si rende conto di arrivare quasi in un altro mondo: il paesaggio attorno ad Assisi trasmette serenità: il verde , le colline, le distese di ulivi. Finalmente si arriva ad Assisi e subito l’aria ha cambiato tono. Il fruscio delle foglie, il profumo della terra, il silenzio che piano si posava su ciascuno: tutto sembrava invitare a un ascolto diverso, più profondo. Le chiacchiere del viaggio si sono rarefatte, e negli occhi dei ragazzi è comparsa una curiosità nuova: quella che nasce quando si percepisce che un luogo non è solo spazio, ma presenza.
Salendo tra le pietre antiche e gli ulivi argentei, abbiamo intuito che lì ogni cosa parla, se si sa ascoltare. Ogni passo era quasi un ritorno a sé stessi, un invito a rallentare il ritmo per sentire la voce interiore che, nel frastuono quotidiano, spesso si perde. Seguendo le orme di San Francesco d’Assisi, la sua figura non appariva più come un’immagine lontana, ma come un fratello che ancora oggi accompagna nel cammino della semplicità.
Primo giorno – le origini, le scelte, l’identità
Visitando la Chiesa della Spogliazione, dove Francesco rinunciò a tutto, le domande sono nate quasi da sole: “Io a cosa faccio fatica a rinunciare? C’è qualcosa a cui sono troppo attaccato?”
E ancora: “Se dovessi scegliere tra essere come vogliono gli altri o essere davvero me stesso, cosa farei?”
Sapere che lì riposa anche Carlo Acutis ha reso tutto più vicino: non solo santi lontani, ma ragazzi reali. “È possibile essere santi oggi? Anche alla mia età?”. E proprio lì, guardando anche all’esempio di Carlo Acutis, è emerso un desiderio semplice ma grande: “Anch’io vorrei fare qualcosa di buono.” In quella frase c’era già un inizio.
Entrando nella Basilica di Santa Chiara, è emerso il tema dell’amicizia: “Ho amici che mi aiutano a essere migliore? Io che tipo di amico sono?” La presenza di Santa Chiara d’Assisi ha dato un volto al coraggio silenzioso: credere senza vergogna, amare senza possedere.
Nella Cattedrale di San Rufino, dove Francesco è stato battezzato, la riflessione si è fatta più personale: “Il mio battesimo cosa significa davvero per me?”
E passando per la Chiesa Nuova, costruita sulla sua casa, è nata una domanda semplice ma potente: “La mia casa è solo un posto dove sto, o è un luogo dove imparo ad amare?”
Ascoltando la storia di San Francesco d’Assisi, soprattutto nel momento in cui entra in conflitto con i suoi genitori e compie una scelta così radicale, un preadolescente difficilmente resta indifferente. Non è solo una storia “da santo”: è una storia di tensione, di incomprensione, di libertà cercata a caro prezzo. E proprio per questo può toccare corde molto vicine.
Una delle prime riflessioni potrebbe nascere spontanea: “Ma io riuscirei mai a deludere i miei genitori per seguire quello che sento giusto?”
Francesco si trova davanti a un padre che ha progetti chiari per lui, aspettative concrete. E allora la domanda diventa attuale: “I sogni dei miei sono anche i miei, o sto solo cercando di non deluderli?”
Il gesto della spogliazione — così forte, quasi provocatorio — può anche creare disagio: “Era necessario arrivare a tanto?”
Da qui può nascere un’altra riflessione: “Quando difendo le mie idee, lo faccio con rispetto o con rabbia?”
E ancora: “Si può essere davvero liberi senza ferire chi ci vuole bene?”
Un preadolescente potrebbe anche immedesimarsi nel padre di Francesco, più di quanto sembri: “Se mio figlio (o io stesso) cambiasse completamente strada, come reagirei?”
Questo apre uno spazio importante: capire che anche i genitori possono avere paura, sentirsi traditi, non capire subito. “E se anche i miei sbagliassero, riuscirei comunque a voler loro bene?”
Poi c’è il tema dell’identità. Francesco cambia vita, ma non per ribellione vuota: lo fa perché sente una chiamata più profonda. Questo può far nascere una domanda decisiva: “Io sto scegliendo chi essere, o mi sto lasciando trascinare?”
E anche: “Come faccio a capire cosa è davvero importante per me?”
Un’altra riflessione riguarda il coraggio: “Io quanto sono disposto a rischiare per qualcosa in cui credo?”
Perché la scelta di Francesco non è comoda, non è approvata, non è “facile da spiegare”.
E allora: “Io cerco sempre di essere accettato o ho il coraggio di essere vero?”
C’è poi un punto più delicato, ma molto reale: “E se i miei non mi capissero davvero?”
La storia di Francesco non dà una soluzione immediata, ma mostra che il conflitto non è per forza la fine del rapporto. Col tempo, le ferite possono trasformarsi.
Questo può aprire una speranza: “Anche se oggi non ci capiamo, può cambiare qualcosa?”
Infine, un preadolescente potrebbe arrivare a una riflessione più profonda, quasi inattesa:
“Francesco ha perso tanto… ma sembra aver trovato qualcosa di più grande. Io cosa sto cercando davvero?”
Non sono domande con risposte rapide. Ma sono domande vere. E forse è proprio questo che rende la storia di Francesco ancora così viva: non chiede di essere imitata alla lettera, ma di essere presa sul serio dentro la propria vita, con le proprie relazioni, le proprie paure e il proprio desiderio di diventare davvero sé stessi.
Secondo giorno – il silenzio, la ricerca, l’incontro
Il cammino a piedi verso l’Eremo delle Carceri è diventato già esperienza: la fatica, il silenzio, la natura. “Perché Francesco sentiva il bisogno di stare da solo? Io riesco mai a stare in silenzio senza distrarmi?”
Durante la Messa immersi nella natura, è affiorata un’intuizione nuova: “E se Dio non fosse solo in chiesa, ma anche qui, nel vento, negli alberi, nel silenzio?”
E ancora: “Quando prego, sto davvero parlando con qualcuno o sto solo ripetendo parole?”
Nel pomeriggio, entrando nella Basilica di San Francesco, davanti alla sua tomba, il clima è cambiato. Tutto si è fatto più raccolto. “Che segno voglio lasciare io nella mia vita? “
E forse anche: “Francesco era felice davvero… ma da dove gli veniva quella gioia?”
Terzo giorno – la semplicità, la comunità, il ritorno
Visitando il Santuario del Sacro Tugurio, così povero ed essenziale, è nata una sorpresa: “Com’è possibile essere felici con così poco?” E da lì: “Io confondo mai il ‘tanto’ con il ‘meglio’?”
Alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, davanti alla Porziuncola, il tempo si è fatto tenero. In quel piccolo spazio, povero e pieno di luce, la fede è sembrata meno un dovere e più un respiro. Si percepiva una pace che non chiede spiegazioni.
Il ritorno
Nel ritorno, non c’era solo stanchezza, ma un senso di pace nuova, un senso di gratitudine. Non tutti avevano trovato risposte, ma ciascuno portava con sé qualcosa: immagini, domande, intuizioni.
Le ultime domande, forse le più importanti, restavano aperte:
“Cosa mi porto a casa davvero da questi giorni?”
“È stato solo un viaggio o qualcosa dentro di me è cambiato?”
“Come faccio a non dimenticare tutto questo?”
“Posso vivere anche nella mia quotidianità qualcosa di quello che ho visto qui?”
Forse, tra le colline di Assisi, quei ragazzi hanno scoperto che la fede non è un insieme di regole, ma un incontro. Uno sguardo che ti raggiunge, una presenza che accompagna, un passo dopo l’altro. E che la gioia più vera, alla fine, è proprio questa: sentirsi amati e imparare, poco alla volta, ad amare.
Un pellegrinaggio così non dà risposte immediate, ma accende piccole luci. Per un preadolescente, può essere l’inizio di un dialogo interiore: fatto di dubbi, curiosità e primi passi verso qualcosa di più grande, che magari non sa ancora nominare, ma che ha iniziato a sentire.
Le certezze che gli educatori hanno portato a casa da questi tre giorni intensi è che la fede non è fatta di regole, ma di incontri veri, di sguardi, di passi condivisi verso una gioia semplice che è Gesù che è la nostra Via, Verità e Vita che certamente passa attraverso i ragazzi che ci sono stati affidati.
A cura di Giulia Paleari


